Da sempre la morbosità del vasto pubblico si concentra sugli incidenti, soprattutto quando gli eventi tragici o drammatici assumono dimensioni particolarmente forti. Persino la “coda” nel senso opposto di marcia, causata da automobilisti che rallentano per osservare un incidente, è oggetto di studi psicologici. Questo comportamento nasce dal desiderio di comprendere il pericolo e, in qualche modo, sentirsi al sicuro.

Con l’avvento dei social network, però, il bisogno di capire ha spesso lasciato spazio alla necessità di apparire. In una società affamata di notorietà e visibilità, il contenuto viene sacrificato all’impatto emotivo. La continua esposizione a scene tragiche ha progressivamente ridotto la sensibilità delle persone, che cercano l’immagine scioccante più per l’emozione che per una reale informazione.

Si vive così in una bolla di spettacolarizzazione del dolore, dove la sofferenza delle vittime diventa un prodotto mediatico. Abbiamo assistito a persone che filmano incidenti invece di mettersi in salvo o di prestare aiuto; individui che riprendono droni o missili mentre precipitano a pochi metri di distanza, senza mai abbassare il telefono.

L’empatia sembra essersi affievolita, e a questa deriva si sono spesso adeguati anche i media tradizionali. Il sensazionalismo è diventato il principale obiettivo: non conta più il contenuto, né la reale dinamica degli eventi o le persone coinvolte, ma soltanto il numero di visualizzazioni e l’effetto generato dagli algoritmi.

Eppure, esistono le vittime, i familiari, la verità dei fatti. Informarsi dovrebbe significare conoscere e comprendere, non consumare dolore come intrattenimento. L’informazione dovrebbe avere anche una funzione educativa e preventiva, in una logica della prevenzione che oggi sembra essersi smarrita.

Il semplice passaggio dal “non so, quindi chiedo” al “non so, ma dico comunque la mia” rappresenta uno dei cambiamenti più evidenti del dibattito pubblico contemporaneo. Questo fenomeno emerge soprattutto quando si parla di ambienti poco conosciuti o non frequentati direttamente: lo sport specialistico, la montagna, il mare, la subacquea, la vela.

Il cosiddetto commento “da bar”, fatto di opinioni lanciate tra una nocciolina, un caffè e un Campari prima di rientrare a casa dall’ufficio, è diventato il modello dominante anche nella comunicazione pubblica. Quello che un tempo era semplice chiacchiera informale oggi assume la forma di articolo, approfondimento o contenuto virale, senza nemmeno il rispetto minimo delle più basilari regole deontologiche.

Se la stessa stampa tradizionale rinuncia sempre più spesso al rigore, alla verifica delle fonti e alla competenza, diventa inevitabile chiedersi perché dovrebbero comportarsi diversamente blogger e influencer. Sui social network, infatti, il sistema premia la visibilità, non l’accuratezza: commenti infamatori, denigratori o sessisti restano online perché generano interazioni e quindi engagement pubblicitario. Le metriche valgono più della qualità del contenuto.

Assistiamo così a giornalisti che, nella corsa alla rapidità e alle visualizzazioni, rincorrono le opinioni più estreme, dando spazio a presunti esperti o addirittura sostituendosi a chi possiede realmente competenze tecniche.

La contraddizione è evidente: nel calcio ci si scandalizza se qualcuno non conosce la regola del fuorigioco, il nome di un attaccante o il funzionamento del VAR. Al contrario, in ambiti come il mare o la montagna, la precisione terminologica e tecnica viene liquidata come una “fissazione”. Così le scotte diventano genericamente “corde”, nelle bombole da sub si pensa ci sia ossigeno puro anziché aria compressa, un discensore a otto viene chiamato “gancio”, la posidonia viene scambiata per un’alga e persino uno squalo viene definito mammifero.

Eppure, non si tratta di dettagli inutili. Le parole corrette riflettono conoscenza, esperienza e rispetto per determinati ambienti. Dietro ogni termine tecnico esiste una cultura, spesso anche una questione di sicurezza. Ridurre tutto a opinione personale significa appiattire la realtà, trasformando la competenza in presunzione e la superficialità in normalità.